Il Progetto di Volontariato in Madagascar di un nostro studente, Iacopo Aiello

Sono in tanti i professionisti, i medici e gli studenti di Humanitas a partecipare ad esperienze di volontariato e impegno pubblico per la salute globale

In quest’ottica, l’ateneo offre ai futuri medici interessati la possibilità di partecipare a Progetti di volontariato per l’assistenza e lo sviluppo medico-sanitario in alcuni dei Paesi più poveri del mondo.

Abbiamo raccolto le loro storie.

Iacopo Aiello, neolaureato in Medicina, durante il sesto anno di corso ha aderito a questa importante iniziativa partendo per il Madagascar, al largo della costa orientale dell’Africa, con la Change Onlus, un’associazione operante nell’area medica con sede a Milano.

Abbiamo chiesto al giovane medico di parlarci della sua esperienza.

 

Che tipo di attività sanitaria è presente in Madagascar?

“Insieme ad altri quattro studenti del quarto anno di Medicina, sono partito per un mese per il Madagascar dove, a qualche ora di distanza dalla capitale, è presente un centro sanitario in cui sono attivi diversi progetti portati avanti dal personale locale (che si è dimostrato sempre molto disponibile nei nostri confronti) e da quello volontario (prevalentemente italiano). Essi riguardano la sala parto, la ginecologia e l’ostetricia, la pediatria, la medicina interna. Tra le altre cose, i volontari cercano di impostare gli standard italiani relativi al modo di lavorare e agli orari”.

Di che cosa ti sei occupato principalmente?

 

“Premetto che per tutto il periodo del Progetto siamo stati costantemente tutorati dal dottor Paolo Mazza, medico e presidente della Change Onlus.

Dopo la prima settimana di orientamento, durante la quale siamo stati seguiti da una giovane pediatra locale, ognuno di noi ha iniziato a seguire un progetto specifico (scelto per interesse personale): io mi sono occupato prevalentemente della nutrizione.

Ogni giorno, con la moto o un fuoristrada, dopo anche due-tre ore di viaggio su strade sterrate, raggiungevamo i villaggi rurali (in tutto sono un centinaio, localizzati in tutte le direzioni), ossia comunità locali molto piccole con circa 200 abitanti ciascuna.

Il mio compito era di valutare la condizione nutrizionale dei bambini. Di ognuno ne misuravo il peso, l’altezza, la circonferenza del braccio ecc., ricavando dei parametri numerici che confrontavo con gli standard delle tabelle fornite dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dall’Unicef per classificare lo stato nutrizionale del bambino. In caso di accertata malnutrizione, fornivamo cibo nutriente e farine arricchite.

Quale tipo di cibo fornivi?

Il centro produce e distribuisce ai villaggi una farina ricavata dalla “moringa”, una pianta dalle proprietà curative, coltivata in un terreno poco distante da un lago. Nell’ultima settimana del nostro soggiorno abbiamo pensato a un sistema per produrre delle capsule in gel con all’interno questa farina.

 

Di quali altre attività ti sei occupato?

Un altro compito era quello di tornare ogni settimana nello stesso villaggio per valutare l’andamento dello stato di salute dei bambini dopo il nostro intervento (se c’era stato un miglioramento oppure no e, in caso affermativo, di quale entità).

Il Progetto nutrizione prevedeva anche la sensibilizzazione della popolazione locale all’educazione alimentare e alle buone pratiche contro la malnutrizione. A questo proposito, generalmente, una o due volte al mese, per la popolazione del villaggio effettuavamo una dimostrazione culinaria sia con le farine arricchite sia con altro cibo.

Inoltre, essendo molto interessato alla sanità pubblica, ho partecipato alla realizzazione di un questionario il cui obiettivo era una classificazione dei villaggi in base al livello di malnutrizione, alle stagioni in cui c’era maggior bisogno ecc. Il questionario riguardava anche l’aspetto sociale e igienico (abitudini igieniche, disponibilità di acqua corrente, luogo in cui ci si poteva lavare ecc.).

Infine, anche se in misura minore, ho partecipato anche al Progetto di sala parto, ginecologia, ostetricia: ho assistito ad alcuni parti e ho seguito il follow-up della gravidanza, portando a conoscenza delle donne locali le nostre norme. Ho poi analizzato i dati pre e post parto delle pazienti dal 2018 a oggi per fare un’analisi epidemiologica di questo settore del centro sanitario e ricavare un’immagine globale dei suoi punti forti.”

Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a partecipare al Progetto di Volontariato?

“Ho deciso di partecipare a questo progetto per diversi motivi. Innanzitutto, perché per me rappresentava un’esperienza formativa molto importante dal punto di vista professionale e poi perché nei sei anni di corso ho avuto modo di venire a contatto con diverse realtà in Italia, Europa, Canada, Corea del Sud (infatti, Humanitas University offre anche la possibilità di programmi di scambio in vari Paesi), ma mai in Paesi in via di sviluppo, che sono realtà completamente diverse.

Inoltre, sarebbe stata anche l’occasione di verificare le mie conoscenze e abilità acquisite nel corso degli studi, la mia flessibilità a livello mentale e caratteriale, le mie inclinazioni ecc.

Per me è stata una scommessa e ora posso dire che ne è valsa la pena”.

 

Al di là dell’indubbio arricchimento professionale, che cosa ti ha dato umanamente questa esperienza?

 

“Mi ha dato moltissimo. Innanzitutto, è stata un’esperienza di comunità mai vissuta prima, in quanto ero perennemente a contatto sia con i volontari sia con il personale locale. Vivere insieme ad altre persone per l’intera giornata mi ha insegnato a essere più flessibile su alcune cose, ad avere una disponibilità totale e non programmata verso le persone che hanno bisogno di aiuto.

Nei primi giorni l’impatto emotivo è stato molto forte e, di conseguenza, non abbiamo potuto dare il massimo; ma dopo questa fase siamo riusciti a creare un rapporto più saldo con le comunità rurali. Per loro, all’inizio, eravamo i “vazaha”,ovvero “uomo bianco”, che incutevano soggezione e timore; ma è bastato scattare una fotografia insieme o fare una partita di calcio per farli sorridere”.

 

Ci racconti un momento particolare che hai vissuto in Madagascar?

“Ho un ricordo molto vivo che porterò sempre con me. Eravamo in un villaggio, a un’oretta dal centro per la missione nutrizione, dove c’era un bambino visibilmente preoccupato per la mia presenza. Alla vista di un “vazaha”, ovvero “uomo bianco”, si era nascosto dietro al padre, continuando però a guardarmi con i suoi occhi giganti e spaventati; appena ricambiavo lo sguardo, subito si nascondeva di nuovo dietro al padre. Ma dopo qualche ora e mille sorrisi, piano piano aveva iniziato a sorridermi e alla fine era uscito allo scoperto e ho capito che non mi considerava più un nemico. Non si è mai lasciato pesare né toccare da me, ma alla fine era diventato meno diffidente, al punto che mi ha permesso di scattargli una fotografia, che conservo in suo ricordo”.

Come descriveresti, in tre parole, questa tua esperienza?

Flessibilità, condivisione e apertura sono i principali aspetti che associo a questa fantastica esperienza”.

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